Rifiuti con codici a specchio: la Corte Europea sconfessa l'Operazione Maschera

La decisione dei magistrati, argomentata su specifici quesiti della Cassazione, mina nelle fondamenta il teorema della Procura di Roma su un presunto traffico illecito

La Corte di Giustizia Europea si è pronunciata ieri con una sentenza sul rinvio pregiudiziale disposto dalla Corte di Cassazione, chiamata a decidere sui ricorsi del Procuratore della Repubblica di Roma contro l'annullamento di alcuni sequestri disposti nell'ambito di un'inchiesta su un presunto traffico illecito di rifiuti. I giudici della suprema Corte italiana hanno formulato alla Corte di Giustizia quattro quesiti inerenti le modalità attraverso le quali si debba, nel caso specifico dei rifiuti con codici speculari, pervenire o meno alla classificazione di «rifiuti pericolosi».

La necessità di fare chiarezza sulla questione si è imposta ai giudici della Cassazione esaminando gli atti del processo avviato dalla Procura di Roma e denominato «Operazione Maschera», che vede imputati, nelle rispettive qualità di gestori di discariche, di società di raccolta e di produzione di rifiuti nonché di società incaricate di effettuare le analisi chimiche dei rifiuti, perché sospettati di aver realizzato un traffico illecito di rifiuti ai quali era stata attribuita la classificazione di non pericolosi, mentre sarebbero al contrario dovuti essere considerati pericolosi. L'insidia è tutta nel fatto che si tratta di «rifiuti con codici speculari», ossia classificabili allo stesso tempo con codici di pericolosità e non pericolosità, e alla contestuale competenza di produttori e detentori dei rifiuti stessi di procedere alla corretta classificazione.

Quando si deve procedere alla caratterizzazione di un rifiuto di cui non sia nota la composizione? E in base a quali metodiche? E ancora, la ricerca deve essere accurata o può essere basata su criteri probabilistici? In caso di impossibilità a provvedere con certezza alla individuazione della presenza o meno di sostanze pericolose nel rifiuto, come dovrà essere classificato?

Sono questi i quesiti posti dalla Cassazione e ai quali la Corte Europea ha risposto sgomberando il campo da alcuni assunti che si prestano alla facile costruzione di teoremi accusatori.

«L'analisi chimica di un rifiuto deve, certamente, consentire al suo detentore di acquisire una conoscenza sufficiente della composizione di tale rifiuto al fine di verificarne eventuali caratteristiche di pericolosità - scrivono i giudici della Corte di Giustizia Europea - Tuttavia nessuna disposizione della normativa dell'Unione può essere interpretata nel senso che l'oggetto di tale analisi consista nel verificare l'assenza, nel rifiuto di che trattasi, di qualsiasi sostanza pericolosa, cosicché il detentore del rifiuto sarebbe tenuto a rovesciare una presunzione di pericolosità di tale rifiuto».

E gli stessi giudici aggiungono che «l'obbligo del detentore del rifiuto è quello di ricercare quelle sostanze pericolose che possano ragionevolmente trovarsi nel rifiuto», lasciando chiaramente intendere che il principio della ragionevolezza è predominante. Si può ad esempio ragionevolmente ritenere che nei rifiuti prodotti da una famiglia ordinaria vi siano materiali radioattivi? Certamente no.

E per chiarire ancora meglio il concetto, la Corte Europea sottolinea che «la classificazione di un rifiuto come pericoloso s'impone soltanto qualora sussistano elementi obiettivi che dimostrino che una siffatta classificazione è necessaria».

E così la Corte arriva a rispondere anche al quarto quesito, ovvero quello relativo alla condotta da assumere nel caso risulti impossibile determinare con certezza l'assenza di sostanze pericolose in un rifiuto, partendo dal presupposto dell'opportunità di bilanciare il principio di precauzione con la fattibilità tecnica e la praticabilità economica degli accertamenti, «in modo tale che i detentori di rifiuti non siano obbligati a verificare l'esistenza di qualsiasi sostanza pericolosa nel rifiuto in esame, ma possano limitarsi a ricercare le sostanze che possono ragionevolmente essere presenti in tale rifiuto».

Concludendo, la Corte ha stabilito che soltanto dopo una valutazione dei rischi, il detentore di un rifiuto che può essere classificato con codici speculari, qualora si trovi nella impossibilità pratica di determinare la presenza di sostanze pericolose, deve classificare il rifiuto come pericoloso.

I principi posti dalla sentenza della Corte di Giustizia mettono in ginocchio il teorema accusatorio della Operazione Maschera che si fonda su una riclassificazione a tavolino, come pericolosi, dei flussi di rifiuti conferiti da vari impianti di trattamento del Lazio presso la discarica Mad di Roccasecca, sostenendo che nelle analisi di routine sui campioni di rifiuti non sarebbero stati ricercati tutti i possibili contaminanti presenti, e dunque non sarebbe stata superata la presunzione che, fino a prova contraria, ogni rifiuto con codice a specchio sarebbe pericoloso.

La Corte Europea afferma invece a chiare lettere che non esiste una generale presunzione di pericolosità dei rifiuti con codici a specchio. La Corte di Cassazione dovrà ora fissare una nuova udienza per ascoltare le difese sulla scorta della decisione della Corte di Giustizia, la cui sentenza è vincolante in ogni sua parte per il giudice nazionale.


Fonte: LATINA EDITORIALE OGGI online - 29 marzo 2019


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